Se non gridi «forte», il prompt non ti sente. L’empatia imperfetta dell’AI ovvero pensieri a colazione.

“Entrambi siete nati in Inverno.

Ambra sei il vento fresco quando i raggi caldi del sole d’Estate riverberano sulla spiaggia i vetrini del mare: un incanto che racconta di infiniti mondi trasparenti.

Theo sei la prima magica sera di un Autunno giallo e rosso in cui ci si scalda con una tazza di cioccolata calda e mini-meringhe: una coperta per l’anima.

Entrambi siete la Primavera in fiore dei miei sogni avverati.”

Dal cuore alla mente, dalla mente alla mano ho scritto queste righe perché le ho vissute. Le ho scritte di getto, a penna, e poi le ho salvate in uno dei miei scrigni digitali su Google Drive per non perdere nulla della scintilla che mi ha attraversato e a cui ho sentito il bisogno viscerale di dare forma. C’è una verità profonda, immediata e puramente umana in questo processo: l’urgenza di catturare un’emozione autentica prima che sfumi.

Eppure, proprio partendo da questo mio atto di conservazione digitale, si affaccia la grande domanda che mi accompagna in questo periodo.

Prima dell’AI c’è sempre una domanda.
Ma noi, sappiamo ancora fare le domande giuste per avere le risposte giuste?

Ci sono mattine in cui il cervello si sveglia prima di te. Ti ritrovi a colazione con il criceto che già corre all’impazzata sulla ruota dei pensieri, mentre tenti faticosamente di capire cosa vuoi davvero mettere nello stomaco. Non hai le idee chiare, tentenni. Poi ti rilassi, pensando che, dopotutto, scegliere una colazione non pienamente soddisfacente è un lusso che ci si può concedere. Poco male, si va avanti.
Mentre cerchi di calibrare i pensieri, prendi in mano il telefono. C’è un messaggio vocale di un’amica: la sua giornata è iniziata male, con la credenza che si apre e la sua tazza preferita che cade, frantumandosi al suolo. Nel vocale mi dice: «Hai presente quel dolore puntiforme che sai che ti disturberà per tutta la mattina? La rottura esterna della tua tazza preferita ti perseguiterà per ore, ma in fondo è solo il riflesso di un qualcosa che ti fa star male dentro. La tazza rotta è solo un appiglio».
La capisco perfettamente. È capitato anche a me. Un mesetto fa mi è scivolata dalle mani la mia tazza preferita, quella che raffigurava la robottina rosa e fuxia.

 

Come istruire l'Intelligenza Artificiale

Il leone sintetico e la gazzella umana
Ed è qui, finita la colazione, che il pensiero devia inevitabilmente verso la tecnologia. Oggi sappiamo che il nostro cervello-gazzella deve correre più veloce del leone dell’Intelligenza Artificiale per non farsi battere sul tempo e sulla precisione. Eppure, in questa corsa, c’è uno scarto evidente che l’algoritmo non colmerà facilmente.
L’AI non prova dispiacere per una tazza rotta. Può descriverlo, certo; può combinare milioni di testi per simulare perfettamente quel senso di perdita domestica, ma non ha una res extensa, non ha un corpo. Di conseguenza, la sua empatia e le sue esperienze rimangono sintetiche, di seconda mano. Se io chiedo a un software di generare una dedica per Ambra e Theo, mi restituirà una combinazione sintatticamente ineccepibile, ma totalmente priva di quel brivido vissuto che ha unito il mio cuore alla mia mano sulla carta.
Il paradosso della semplicità: lo sforzo cognitivo e filosofico
C’è un enorme malinteso che circola là fuori: l’idea che l’Intelligenza Artificiale sia una bacchetta magica che elimina ogni fatica.

Quando penso alla maggior parte delle persone che oggi utilizza l’intelligenza artificiale non posso fare a meno di tornare agli anni ’80. Mi vengono in mente Jem e le Holograms. Ricordi Jerrica? Le bastava toccarsi l’orecchino a forma di stella e dire “Energy, all’opera!” per attivare il supercomputer Synergy e trasformare istantaneamente le sue sembianze in quelle di una popstar di successo. Ecco, l’AI per molti è diventata quell’orecchino: un clic, una parolina magica e voilà, l’impiegato timido si trasforma nel Jem del copy, splendente e impeccabile, occultando la sua vera natura dietro un ologramma generativo.
Ma al di là del rimando pop/nostalgico il punto reale è questo e cioè che l’inganno dura poco perché, a volte, si rasenta il tragicomico. Sarà capitato anche a te di veder scorrere sui feed testi chiaramente frutto di un pigro “copia e incolla”, in cui l’autore ha pubblicato l’intero output dell’algoritmo, magari lasciando dentro persino le varianti alternative (“Opzione 1…”, “Opzione 2…”) che la macchina gli aveva proposto.

Sia chiaro: tutti oggi ci aiutiamo con l’intelligenza artificiale, ed è uno strumento formidabile per sbloccare le idee. Ma quando viene usata così, senza alcun filtro, trasmette un senso di frettolosità desolante, di totale mancanza di cura. Diventa un’impersonalità sfacciata che sa quasi di imbroglio verso chi legge. Se deleghi persino il controllo visivo di quello che pubblichi, stai dicendo al tuo lettore che il suo tempo non vale la tua attenzione.

Ecco perché, al contrario, per poter utilizzare e per poter far funzionare queste tecnologie con reale disinvoltura, efficacia e senso critico, serve uno sforzo. Bisogna studiare. Ma attenzione: non è la vecchia fatica meccanica o puramente esecutiva. È uno sforzo squisitamente cognitivo.
È un impegno fatto certamente di nozioni e informazioni accurate, ma soprattutto di filosofia. Per dialogare con una macchina che simula il pensiero umano, devi prima comprendere a fondo come funziona il tuo, di pensiero. Devi possedere una struttura logica solida, un vocabolario ricco e sfaccettato, una comprensione profonda dei concetti. Se sei vuoto dentro, il tuo prompt sarà superficiale e piatto, e la risposta dell’AI si rivelerà solo un guscio lucido ma privo di anima. La facilità d’uso immediata è un’illusione di massa: per fare le domande giuste serve una densa, faticosa infrastruttura culturale.

Il bucato, i gettoni e il senso del progresso

Sia chiaro: rifiutare il progresso a prescindere sarebbe da sciocchi. Chiunque abbia a disposizione acqua corrente, elettricità e detersivi moderni oggi fa il bucato in lavatrice; nessuno si sogna di scendere al fiume con la cesta dei panni sulla testa. Ma anche con l’elettrodomestico migliore del mercato, devi comunque sapere come si pretratta una macchia difficile, devi saper distinguere la seta dalla lana e scegliere il programma giusto. La lavatrice esegue il movimento meccanico, ma la testa che decide è la tua.
Oggi abbiamo tutti uno smartphone in tasca. Nessuno gira più con le schede telefoniche nel portafoglio, anche perché le cabine a gettoni si sono estinte. E quelle pochissime rimaste, sopravvissute per miracolo allo smantellamento dell’arredo urbano, sono state ufficiosamente riconvertite a vespasiani e gabinetti pubblici a cielo aperto. Ci adattiamo, abbandoniamo il vecchio per il nuovo, e spesso è un bene. Il problema non è lo strumento, è l’uso.

L’algoritmo in cucina: cibo pronto o ingredienti veri?

Usare l’Intelligenza Artificiale è un po’ come stare in cucina. L’AI può essere un fantastico forno a microonde o un servizio di food delivery ultrarapido: ti serve un piatto pronto in due minuti per salvarti la serata quando sei stanco o senza idee. Comodo, indubbiamente.
Ma delegare interamente la tua scrittura, la tua creatività e il tuo pensiero all’algoritmo equivale a nutrirti esclusivamente di cibi industriali precotti, liofilizzati e pieni di esaltatori di sapidità artificiali. Ti sfami, certo, ma perdi il gusto, la consistenza e, soprattutto, l’arte stessa di saper cucinare partendo da ingredienti freschi e genuini.

 

L’arte di capire la domanda sbagliata

L’AI ha fame di istruzioni perfette. Prova a dirle: «Scrivimelo in due parole». Con certezza che ti restituirà esattamente un testo composto da due singole parole. Non comprende che si tratta di un modo di dire, di una richiesta metaforica di sintesi.
Un essere umano, invece, capisce l’intenzione prima ancora che tu abbia finito di parlare. Gli umani (e a dire il vero, nemmeno tutti) sono in grado di darti la risposta giusta anche di fronte a una domanda sbagliata o incompleta. Un mio contatto in chat, tempo fa, mi scriveva un incertissimo «sei ha casa?»; oggi, grazie ai modelli generativi, lo ritrovi sui social a pubblicare post intensi come Pascoli o a twittare con la complessità strutturata di Gadda. L’abito digitale copre le lacune, ma non le colma.
È un po’ come quando Lucio Dalla cantava: «Caro amico, ti scrivo […] e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò». Ecco, se nel prompt non espliciti quel “forte”, l’AI semplicemente non ti sente. Non legge tra le righe perché è molto lontana.

Un colpo al cerchio e uno alla botte

Le automazioni sul lavoro servono, a patto che non ci facciano perdere le competenze fondamentali. Usare troppo la calcolatrice ti fa perdere la capacità di contare a mente. Delegare interamente il pensiero critico e la sensibilità all’AI rischia di atrofizzare la nostra capacità di leggere l’errore umano o l’emozione autentica. E poi, parliamoci chiaramente: con i consulenti digitali algoritmici non ci puoi fare la cena aziendale di fine anno, né puoi scambiarci i regali di Natale.
Sia chiaro, io mi sento decisamente integrata e non apocalittica. So bene che la scrittura amanuense è stata sostituita dalla stampa di Gutenberg, e che quella rivoluzione è stata un immenso bene democratico per l’umanità. Quindi non guardo al futuro con terrore. Il mio lavoro sta scomparendo? In realtà è in dissolvenza da tempo, ma non mi spaventa. Perché io non sono solo una mansione: io divento la combinazione delle mie skills, e quella combinazione può tutto.
In fondo, le note musicali sono solo sette, eppure fanno tutta la musica del mondo se le si sa usare. Funziona esattamente come in cucina: partendo da pochi, semplici ingredienti si possono creare piatti straordinari. Basta avere le idee chiare, e quella chiarezza deriva solo da due cose: dalla passione e dal continuo sperimentare con la mente aperta. La macchina esegue, ma la melodia (e la ricetta) rimangono nostre.

L’ àncora dell’umanità quando c’è ancòra umanità

C’è un momento preciso in cui crolla ogni illusione di onnipotenza digitale: quando salta la corrente o manca il Wi-Fi. In quel preciso istante, spento lo schermo e disconnesso il server, il leone artificiale svanisce. E tu rimani lì, da solo con te stesso, seduto davanti alla tua tazza rotta, potendo contare esclusivamente sulle tue risorse, sulla tua cultura e sulla tua umanità.

Cosa penso mentre faccio colazione, rifletto sul futuro della scrittura e dei contenuti.
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